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Caratteristiche del marmo e
cenni storici

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Cos'e' il marmo
Il
marmo è una
roccia metamorfica composta prevalentemente
di carbonato di calcio.
È impiegato sin dall'antichità come materiale per la
scultura e
per l'architettura. In questo senso il termine viene utilizzato per indicare
anche altre
pietre "lucidabili", ossia le cui superfici possano essere rese
lucide attraverso la levigatura.
Caratteristiche geologiche e chimiche
Il
marmo si forma attraverso un processo
metamorfico da
rocce
sedimentarie, quali il
calcare o la
Dolomia, che provoca una completa
ricristallizzazione del carbonato di calcio di cui sono in prevalenza composte e
danno luogo ad un mosaico di cristalli di calcite o di dolomite (minerale). L'
azione combinata della temperatura e la pressione, durante la trasformazione
della roccia sedimentaria in marmo, porta alla progressiva obliterazione delle
strutture e tessiture originariamente presenti nella
roccia, con la conseguente
distruzione di qualsiasi
fossile, stratificazione o altra struttura
sedimentaria
presenti nella
roccia originaria.
Il colore del
marmo dipende dalla presenza di impurità
minerali
(argilla, limo, sabbia, ossidi di ferro, noduli di selce), esistenti in granuli
o in strati all'interno della
roccia sedimentaria originaria. Nel corso del
processo metamorfico tali impurità vengono spostate e ricristallizzate a causa
della pressione e del calore. I marmi bianchi sono esito della metamorfizzazione
di rocce calcaree prive di impurità.
Il marmo nella storia
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Il basso indice di rifrazione della calcite, che permette alla
luce di "penetrare" nella superficie della
pietra prima di essere riflessa, dà a
questo materiale (e soprattutto ai
marmi bianchi) una speciale luminosità, che
lo ha reso particolarmente apprezzato per la
scultura. Si ricordi, a titolo di
esempio, che l'artista e scultore Michelangelo Buonarroti prediligeva il
marmo
bianco di Carrara per le sue opere.
Il vocabolo deriva dal greco marmaros, con il significato
di "pietra splendente".
Uso industriale del marmo
I
marmi non colorati sono una fonte di
carbonato di calcio puro,
che viene utilizzata in un'ampia varietà di industrie. La polvere di marmo è un
componente di coloranti e vernici, di dentifrici e di materie plastiche. Viene
utilizzata anche nell'industria cartaria dove ha soppiantato il caolino.
Tipologie delle cave
La classificazione prevede come parametro le
caratteristiche del territorio che ospita la cava, dando vita a due
tipologie predominanti, cave di pianura e di monte. Si definiscono cave
di pianura quelle in cui tutte le lavorazioni vengono effettuate ad una
quota inferiore al livello di campagna. Questa caratteristica implica un
problema dovuto alle eventuali
acque sotterranee che, infiltrandosi al di sotto della
falda freatica, rendono umidi i cantieri; diventano quindi
necessarie centrali di pompaggio e sistemi di canali per il loro
allontanamento, rimedio decisamente costoso.
Le cave aperte a quote collinari o montagnose si
definiscono cave di monte e anche queste comportano un problema, la
difficoltà del loro raggiungimento infatti richiede la costruzione di
strade spesso lunghe e costose a causa del territorio generalmente
accidentato. Capita che il costo elevato di tale opera non sia
sostenibile da una singola attività di estrazione, si rende quindi
necessario organizzare la cava come un bacino di estrazione dove
accederanno più imprese. In alcune realtà dove l’economia dovuta
all’estrazione del marmo è molto importante, come ad esempio nella
provincia di
Massa Carrara, le spese dovute alla costruzione di strade d’accesso
alle cave vengono finanziate dalla pubblica amministrazione.
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Il
marmo, dopo l'estrazione dalle cave per mezzo di seghe
""diamantate"", oppure utilizzando la tecnologia dell'acqua pressurizzata, può
essere lavorato a forma di
lastre piane. Queste variano da uno spessore minimo
di 1 cm, fino ad uno spessore massimo di circa 30 cm: lastre con spessore
inferiore al centimetro risulterebbero eccessivamente fragili, scarsamente
resistenti a sforzi di flessione e taglio, mentre spessori superiori consentono
alla lastra di marmo di superare le fasi di lavorazione e trasporto evitando fessurazioni
o rotture del materiale.
Una lastra con spessore superiore a trenta centimetri prende il
nome di "massello".
Le lastre di marmo vengono impiegate come finitura, ad esempio
per rivestire pavimentazioni e talvolta pareti.
Trattandosi di un materiale poroso tende ad assorbire sostanze
oleose, ecco perché talvolta viene sottoposto a trattamenti protettivi
specifici.
Il costo di una lastra
di marmo varia a seconda del pregio del
marmo,
della provenienza e del tipo di lavorazione adottata, oltre che, ovviamente
delle dimensioni geometriche.
Marmo lastronato
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Per marmo lastronato si intende una lastra di
marmo "povero"
completamente placcata (rivestita) con
lastre (spesse circa 5 millimetri) di uno
o più marmi pregiati. I
marmi lastronati venivano utilizzati, ad esempio, come piani per i mobili per alte committenze. Con questa tecnica i
marmisti di un
tempo ottenevano piani in marmo pregiatissimi risparmiando notevolmente
sull'impiego di
marmi notoriamente costosissimi.
Il Marmo di Carrara
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Una volta riquadrati, i
blocchi dovevano scendere a valle fra
colate di detriti marmorei chiamati "ravaneti". Storicamente la discesa dei
blocchi lungo i ripidi pendi rocciosi delle cave ha rappresentato un'impresa non
priva di rischi e di problemi tecnici, ed è stata portata avanti con metodi via
via più evoluti mano a mano che le condizioni economiche e sociali della regione
si evolvevano. Il primo rudimentale metodo di trasporto si chiamava "abbrivio" e
consisteva nel fare rotolare il
masso giù dalle pendici, senza alcun controllo,
fino a farlo fermare su un letto di detriti più fini. Il procedimento,
ampiamente praticato nei tempi antichi, era tanto pericoloso che fu vietato per
legge quando si affermò il metodo della "lizzatura" .
La lizzatura è un metodo tradizionale di trasporto del marmo su
slitta, ancora praticato nei primi decenni del XX secolo. Fondamentalmente il blocco di marmo veniva saldamente fissato ad una slitta di legno trattenuta a
monte da un sistema di funi scorrevoli. La slitta veniva gradualmente abbassata
lungo il pendio da una squadra di uomini che allentava le funi e controllava il
percorso della slitta. Alla lizzatura partecipavano dodici uomini: era un lavoro
di squadra molto rischioso. Davanti alla slitta si poneva il capo lizza, in
genere l'operaio più esperto della squadra, con il delicato compito di
controllare che la discesa procedesse per il meglio. Il capo lizza disponeva i
"parati" sul terreno davanti alla lizza, e dava il segnale ai mollatori di
allentare o stringere i cavi al momento giusto. I "parati" erano robuste assi di
legno di ciliegio, insaponate dal più giovane della compagnia, che erano
aggiunte anteriormente al carico mano mano che questo procedeva nella discesa,
consentendogli di scivolare senza incontrare ostacoli. Un'altra figura molto
importante nella "lizza" era il "mollatore", chiamato anche "l’uomo del piro",
che aveva il compito di allentare lentamente le corde che trattenevano verso
l'alto il blocco, in modo che il carico scendesse lentamente e senza prendere
velocità. La lizzatura era una delle fasi più rischiose dell’intero ciclo
produttivo: se il carico si liberava dalle corde, e prendeva velocità, era
frequente che travolgesse uno o più uomini della squadra, con gravi conseguenze.
Il lavoro della lizzatura finiva nel momento in cui il carico arrivava al
"poggio", che era il luogo dove i blocchi di marmo venivano liberati dalle corde
e caricati sui carri trainati dai buoi che avevano il compito di trasportare il
marmo ai laboratori, alle
segherie o al vicino Porto di Marina di Carrara.
A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo si affermò il
trasporto del marmo su rotaia, grazie alla costruzione di un apposito tracciato
ferroviario poco dopo l'Unità d'Italia. La Ferrovia Marmifera fu adibita per
quasi un secolo al trasporto del marmo in concorrenza con la tradizionale lizzatura, i convogli di carri trainati da buoi e i primi tentativi di trasporto
su strada con trattrici e su gomma. Costruita fra il 1876 e il 1890 la ferrovia
collegava i principali centri di stoccaggio dei
blocchi dei tre bacini marmiferi carraresi - Torano, Miseglia e Colonnata - con le segherie in pianura, il porto
di Marina di Carrara e la rete ferroviaria nazionale. La costruzione del
tracciato rappresentò una impresa ingegneristica considerevole dati i mezzi
dell’epoca: si dovevano superare 450m di dislivello per una lunghezza totale di
22km con una pendenza massima del 6 per cento, attraversando un gran numero di
ponti e ferrovie.
La "marmifera" operò a lungo in sostituzione della rete stradale,
ma la costruzione di sempre più numerose strade di arroccamento e la conseguente
concorrenza con i moderni mezzi di trasporto su gomma la rese antieconomica.
Dopo un breve travaglio la ferrovia cessò la sua attività nel 1964 e il suo
tracciato venne in gran parte smantellato. Alcuni tratti vennero trasformati in
strade.
Il trasporto dei marmi su strada iniziò ad affermarsi
approssimativamente a partire dal 1920, con l'ampliamento e l'ammodernamento
delle strade dirette verso i bacini di estrazione. I primi mezzi di traporto
meccanizzati furono "trattrici" a combustione interna, tradizionalmente chiamati
"ciabattone". A partire dal dopoguerra il trasporto su gomma divenne
predominate, soprattutto con l'introduzione dei "DEUZ", camion di fabbricazione
tedesca. Attualmente tutto il marmo escavato dalle cave viene trasportato su
gomma fino al porto di Marina di Carrara o smistato ad altre destinazioni.
Destinazione del
marmo estratto dalle cave
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Gran parte del
marmo estratto viene mantenuto allo stato di
blocco non lavorato e inviato
direttamente al porto di Marina di Carrara che gestisce tutt'oggi la maggior
parte delle spedizioni, soprattutto all'estero. Quasi tutto il resto del
marmo estratto viene invece
ridotto in lastre di diverso
spessore e poi lucidato a fornire materia prima per pannelli, ornamenti,
scale, e altri
accessori in marmo. Per
effettuare le operazioni di segagione e lucidatura sono in attività nella
Provincia di Massa Carrara e di Verona oltre un centinaio di segherie le quali,
per attrezzatura e per il grado di specializzazione raggiunto, lavorano
marmi e graniti provenienti
da tutto il mondo.
In ogni segheria
di granito funzionano particolari
telai dotati di lame d'acciaio intervallate alla distanza corrispondente
allo spessore richiesto dalle
lastre. Ad ogni telaio è impresso un movimento orizzontale ed un continuo
abbassamento, mentre le lame - che non hanno denti - servono soltanto a premere
nelle fessure l'acqua e la sabbia silicea che servono per l'azione abrasiva e
approfondiscono il taglio.
Una frazione del
marmo estratto dalle cave
viene lavorata nei laboratori di scultura di Carrara, Massa, Pietrasanta e zone
limitrofe. Gli addetti a tale lavoro si dividono tra scalpellini, modellatori,
scultori e ornatisti. A Carrara ha sede un "Istituto Professionale di Stato per
l'Industria e l'Artigianato del
Marmo", che è in grado di conferire una qualificazione specifica ai
lavoratori di questo settore.
Storia del
marmo nell'età antica
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Il marmo è stato ampiamente utilizzato sin dall'antichità
come materiale per la scultura e per l'architettura. Il basso indice di
rifrazione della calcite, di cui è principalmente composto, permette alla luce
di "penetrare" nella superficie della
pietra prima di essere riflessa, e
conferisce a questo materiale (e soprattutto ai
marmi bianchi) una speciale
luminosità,
Il termine "marmo" deriva dal greco marmaros, con il
significato di "pietra splendente", e serviva ad indicare qualsiasi
pietra
"lucidabile", ossia la cui superficie poteva essere fatta diventare lucida
mediante levigatura. Negli studi archeologici e storico-artistici vengono quindi
compresi tra i "marmi" anche altre
rocce che non sono tali dal punto di vista
geologico e chimico, quali i graniti e
porfidi, le
dioriti, i
basalti, gli
alabastri, o i
calcari di particolare durezza.
Il
marmo nella preistoria e protostoria
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La realizzazione dei primi oggetti in
marmo risale all'epoca
neolitica ("età della pietra levigata"): nelle Cicladi, dove il marmo è
particolarmente abbondante (soprattutto nelle isole di Paros e Naxos), sono
presenti prima piccoli idoli e quindi sculture più grandi, datate a partire
dalla fine del IV e nel III millennio a.C. ((3200-2000 a.C.), caratteristiche
della produzione artistica della civiltà cicladica.
Alcune varietà di marmi originari del Peloponneso ("porfido verde
antico" e "marmo rosso antico") vennero utilizzate nell'ambito della civiltà
minoica.
Nell'Egitto antico, a partire dall'epoca predinastica, diverse
varietà di graniti,
dioriti,
basalti e
alabastri vennero lavorate per la
realizzazione di vasi rituali. A partire dalla II dinastia inizia l'impiego
della sienite, una roccia granitica che venne utilizzata per il
rivestimento
delle piramidi di Chefren e di Micerino.
Il
marmo botticino
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Il
marmo botticino è una tipologia di
marmo di colore
beige estratto nelle cave di Botticino, in provincia di Brescia. Il bacino
esiste da duemila anni, quando questo
marmo venne utilizzato dai romani per
costruzioni nell'antica Brixia (foro romano). Ad oggi il bacino di Brescia è il
secondo bacino per importanza nell'escavazione di pietre ornamentali d'Italia,
dopo il bacino di Carrara. Da qualche anno esiste un marchio registrato che
identifica il materiale proveniente dalla zona classica.
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Marmo_botticino"
L'Onice
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L'onice
è una varietà di calcedonio, ossia
quarzo in masse compatte
microcristalline, di colore opaco o semi-opaco, uniforme, che
copre le tonalità rosso-bruno e l'intera gamma di grigi fino al
nero. Se si presenta in forma massiva e stratificata prende il
nome di selce, un materiale molto utilizzato dall'uomo nella
preistoria e nell'antichità per la preparazione di oggetti
affilati e monili.
Come tutte le varietà
di quarzo è molto duro (da 6 a 7 nella scala di Mohs).
Si forma principalmente in ambiente
filoniano-idrotermale di bassa temperatura e metamorfico,
oppure, secondariamente, per via della durezza del quarzo, in
rocce sedimentarie detritiche.
I marmi greci
La
Grecia antica era ricca di
cave
di marmo, con numerose
varietà pregiate di marmi bianchi (pentelico,
tasio,
nassio,
pario).
L'uso del marmo
fu pertanto largamente diffuso sin dalle origini della
scultura greca e nell'architettura
di epoca classica, a partire soprattutto dai
monumenti e templi dell'Acropoli
di Atene del
V secolo a.C. (il
Partenone fu costruito interamente in
blocchi di marmo pentelico).
Marmo giallo antico
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l'enciclopedia libera.
Il cosiddetto
marmo giallo antico è una varietà di
marmo utilizzata dai
Romani. Il nome moderno corrisponde in
latino al "marmor numidicum (ossia
"marmo della
Numidia).
Veniva estratto in
cave situate presso la città antica di "Simitthus",
attuale villaggio di
Chemtou, in
Tunisia.
Si tratta di
un marmo di colore giallo uniforme, che
varia dal
giallo intenso a tinte più chiare, quasi
bianche, con venature
giallo scuro, o rossicce, o brune, e
clasti angolosi di varie dimensioni e colori
vari (varie tonalità di giallo, rosso rosato,
bruno).
Dal punto di vista
petrografico è un
calcare
cristallino (sparite),
compattato da un accentuata
diagenesi.
A partire dalla seconda metà
II secolo a.C. era utilizzato dai
re numidi.
Plinio il Giovane, nella sua
Naturalis
Historia (XXXVI, 49) ne attribuisce
l'introduzione a
Roma da parte di
Marco Emilio Lepido nel
78 a.C., che ne utilizzò dei blocchi per le
soglie della sua casa.
Svetonio (Vita Iulii, 85) riporta che
Cesare fece realizzare in questo marmo una
colonna onoraria nel
Foro romano;
Augusto lo utilizzò per le colonne del
peristilio della sua casa sul
Palatino insieme al
marmo portasanta e al
marmo pavonazzetto e ne fece inoltre largo
utilizzo nel suo
Foro.
Le cave divennero ben presto
di proprietà
imperiale e questa
varietà di marmo
venne largamente utilizzata per fusti di colonna
e rivestimenti parietali e pavimentali negli
edifici pubblici delle città più vicine alla
costa del
Mar Mediterraneo, e in particolare venne
esportato nella
penisola italiana. Era inoltre utilizzato
per statue di
barbari o di bestie selvagge, in relazione
alla sua provenienza. Nel
III secolo le cave andarono probabilmente
esaurendosi e il giallo antico fu progressivamente
soppiantato da brecce gialle di altra
provenienza e di minor pregio. Risulta
menzionato nell'Editto
dei prezzi di
Diocleziano, agli inizi del
IV secolo, dove se ne stabilisce il prezzo
piuttosto alto.
Per influenza della cultura greca,
il marmo venne considerato
nella
Roma antica un materiale
particolarmente pregiato e man mano che nuovi territori
venivano conquistati ne iniziarono a Roma le importazioni. Gli
alti costi dovuti al trasporto da
cave spesso lontane dal luogo di impiego lo resero
inizialmente un materiale di lusso, il cui utilizzo per i
monumenti pubblici, o per le
ricche decorazioni delle superfici interne delle dimore private.
In epoca
repubblicana i primi templi
costruiti interamente in marmo bianco (II
secolo a.C.: tempio di Ercole Vincitore nel Foro Boario,
tempio di ) utilizzavano marmi
importati dalle cave greche, accompagnati probabilmente da
maestranze in grado di eseguirne la lavorazione (la Grecia era
divenuta provincia romana nel
146 a.C.) e nelle intenzioni dei committenti, dovevano
impressionare il "pubblico" con l'uso massiccio di un materiale
tanto costoso e culturalmente significativo.
Contemporaneamente iniziò l'importazione di
alcune varietà di
marmi colorati (tra i più diffusi il "giallo
antico", il "africano",
il "pavonazzetto",
il "cipollino"),
che vennero utilizzati, prima in frammenti inseriti in tessiture
a mosaico, e poi in grandi
lastre, per i rivestimenti parietali e pavimentali degli
interni delle ricche dimore patrizie.
Sempre nel corso del II secolo a.C. iniziò lo sfruttamento delle cave di
Luni
(marmo
lunense, oggi "marmo
di Carrara"), che rappresentava un sostituto di buona
qualità e più economico (per i minori costi di trasporto) dei
marmi bianchi importati dalla
Grecia.
Pavimentazione in lastre di marmo
giallo antico e pavonazzetto nell'esedra del Foro di
Traiano a Roma
Con l'epoca
augustea, vennero importate
altre varietà di marmi ("rosso
antico", "cipollino").
Dopo la conquista dell'Egitto
(31
a.C.) iniziò l'importazione anche delle
pietre egiziane, le cui cave
passarono dalla proprietà regia dei sovrani tolemaici, alla
proprietà imperiale, e che pertanto furono utilizzati solo nei
più importanti monumenti pubblici
voluti dall'imperatore (porfido
rosso, vari tipi di graniti,
basanite, vari tipi di
alabastri).
Le cave dei
marmi più importanti divennero progressivamente tutte di
proprietà imperiale e una accurata organizzazione della
lavorazione e dell'approvvigionamento verso Roma, permise una
capillare diffusione dell'uso delle principali varietà in tutte
le città dell'impero
romano. La proprietà imperiale delle
cave assicurava la
disponibilità dei materiali necessari nei
grandi programmi di edilizia
pubblica, mentre il surplus veniva rivenduto per l'uso
privato. Si diffusero in particolare le
lastre per il rivestimento delle
pareti interne e dei pavimenti, e i
fusti di colonna in diversi marmi
colorati, che arricchivano gli spazi interni dei
monumenti pubblici e delle
case più ricche.
Cave di
altre varietà rimasero di proprietà privata ed ebbero una
diffusione più limitata, a carattere regionale, ovvero per
elementi decorativi o di
arredo di minori dimensioni dove le condizioni delle
cave e delle vene da cui si
estraeva il materiale non consentissero di cavare grandi
blocchi: alcuni di questi marmi
furono particolarmente ricercati per la loro rarità.
I marmi
colorati furono utilizzati anche per le
sculture con "tema esotico"
(per esempio di barbari prigionieri) o in relazione al soggetto
rappresentato.
L'utilizzo delle diverse varietà dipendeva dal
costo di trasporto (data la difficoltà dei trasporti via terra
per pesi consistenti, la lontananza dal mare e/o la mancanza di
un corso d'acqua navigabile poteva rendere proibitivi i costi,
almeno per l'utilizzo privato), dalla possibilità di estrarre
quantità consistenti di blocchi
di grandi dimensioni, dai cambiamenti nelle modalità di
estrazione.
A partire dalla fine del
II secolo d.C. anche in
Italia il marmo lunense
venne progressivamente soppiantato dal
marmo
proconnesio, un marmo bianco
proveniente dalla piccola isola di
Proconneso, nel
mar di Marmara, favorita dalla vicinanza delle
cave al mare, per cui i
blocchi estratti potevano essere direttamente caricati sulle
navi per il trasporto. L'abbondanza di vene sfruttabili anche
per grandi elementi e l'organizzazione del lavoro nelle
cave, che producevano
manufatti semirifiniti o del tutto completi (dai capitelli, ai
fusti di colonna, ai
sarcofagi) permetteva di
contenere ulteriormente i costi e favorì la diffusione di questo
marmo nei secoli successivi
(fu il marmo utilizzato per la
costruzione di
Costantinopoli).
Da Wikipedia,
l'enciclopedia libera.
Marmi colorati nella pavimentazione
dell'insula di Giasone Magno a
Cirene (Libia)
Elenco delle varietà (litotipi) di
marmi (pietre lucidabili)
utilizzati nell'antichità e in particolare durante l'impero
romano.
 |
Basanite o
"pietra bekhen" (lapis basanites). Esiste in due
varianti: una
siltite (a grana fine) e una
grovacca (a grana leggermente più grossolana): entrambe
sono di origine
metamorfica, di colore scuro uniforme (dal grigio scuro
al grigio-verde). Le cave
sono sulle pareti rocciose sui due lati del
Uadi Hammamat, nel deserto orientale
egiziano. |
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Granito rosso o
sienite o "granito di Assuan" (lapis thebaicus,
lapis pyrrhopoecilus).
Si tratta di un
granito di origine
magmatica. Le cave si trovano a Shellal, a nord di
Assuan (antica Siene), nell'alto Egitto. |
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Porfido rosso, o "porfido
rosso antico" (lapis porphyrites). Si tratta di
una roccia
andesitica, con presenza di
ematite e
piemontite, di origine
magmatica. Le cave si
trovano sul Gebel Dokhan (nome antico:
Mons Porphyrites o Mons Igneus), un massiccio
montuoso situato ad ovest di
Hurghada, nel deserto orientale egiziano. |
 | Alabastro cotognino o
"alabastro egiziano" (lapis alabastrites). Si tratta
di un
alabastro
calcareo di origine
sedimentaria. Abbondante e ampiamente diffuso già in
epoca pre-romana, se ne conoscono nove siti di estrazione,
soprattutto presso la città di
Hatnub. Si presenta in una variante bianco lattea opaca,
a grana fine, e in una che varia dal beigegiallastro al
bruno, a grana variabile e di aspetto fibroso, spesso
stratificate in livelli di vario spessore. |
 | Breccia
corallina ombrata o "breccia
gialla e rossa egiziana" (forse knekites lithos). Si
tratta di una
breccia calcarea, con clasti di colore bianco giallastro
immersi in un cemento rossastro per la presenza di
ematite. Utilizzata nell'Egitto
predinastico e rara in epoca romana. Non si conoscono le
cave di estrazione. |
 | Breccia
verde d'Egitto o "breccia verde
antica" (hecatontalithos). Si tratta di un
conglomerato
puddingoide su fondo verde (ma ne esiste anche una
variante a fondo rosso), di
origine metamorfica. Le
cave sono due siti estrattivi nell'ambito del distretto
estrattivo della basanite. |
 | Granito
bianco e nero (marmor
tiberianum). Si tratta di una
quarzo-diorite
di origine magmatica. Le cave
delle due varietà conosciute ("granito bianco e nero di
Santa Prassede", con colore più scuro, e "granito bianco e
nero del Cairo", con colore più chiaro) si trovano presso il
Uadi Barud, a circa 10 km a sud-est delle cave del granito del
Foro, e sono di piccole dimensioni.
|
La colonna della flagellazione di
Santa Prassede, da cui prende il nome il granito
della Colonna
 | trovano presso il Uadi Umm Shegilat, nel
deserto orientale egiziano, non lontano da quelle del porfido rosso. Presenta
grandi cristalli neri allungati, prevalenti sul fondo
bianco, a volte con sfumature rosate. Prende il nome da un
trapezoforo (sostegno per tavolo) conservato nella cappella
di San Zenone della
chiesa di Santa Prassede a
Roma, dove era ritenuto essere la colonna alla quale era
stato legato
Gesù Cristo nella flagellazione. |
 | Granito del Uadi Umm Fawakhir.
Si tratta di una grano-diorite di origine magmatica.
Le cave si trovano nel
Uadi el-Sid, presso le cave di basanite. Si presenta con
macchie rosate, nere e bianche, a grana variabile.
|
 | Granito
verde forito di bigio. Si
tratta di una quarzo-diorite di origine magmatica. Le
cave si trovano nel Uadi
Umm Balad, sulle pendici occidentali del Gebel Dokhan,
presso le cave di porfido rosso. Presenta una grana fine ed
omogenea e un colore verdastro, con zone tendenti al
grigiastro o al brunastro. |
 | Granito
verde plasmato. Si tratta di
un
gabbro di origine magmatica. Le
cave, suddivise in
diversi luoghi estrattivi, si trovano presso il Uadi
Maghrabya. Si presenta in varie tonalità di verde e di grana
variabile. |
 | Granito verde della sedia di San
Lorenzo e granito verde della
sedia di San Pietro, o "ofite" (lapis ophytes).
Si tratta di un metagabbro di origine metamorfica. Le cave
delle due varietà (distinte dalla grana più o meno fine), si
trovano presso il Uadi Umm Wikala e il Uadi Semna, in un
complesso di alture in antico chiamato
Mons Ophyates, nel deserto orientale egiziano. Le
due varietà prendono il nome dai tondi sui dossali dei troni
episcopali
cosmateschi delle basiliche di
San Lorenzo fuori le mura e di
San Pietro a
Roma. |
 | Porfido serpentino nero.
Si tratta di una
trachi-andesite
di origine magmatica. Le cave si trovano presso quelle del
porfido rosso, sul Uadi Umm Towat, alle pendici
sud-occidentali del Gebel Dokhan. |
 | Porfido verde egiziano
(nome antico lapis hieracites). Variante con fondo
verde scuro del porfido rosso,
proveniente dalle medesime cave. |
 | Serpentina moschinata
o "marmo verde ranocchia" (forse identificabile con il
lapis batrachites).
Si tratta di una
serpentinite di origine metamorfica. Le
cave si trovano presso il
Uadi Atallah, non lontano dal distretto estrattivo della
basanite. |
 |
Marmo giallo antico (marmor
numidicum). Si tratta di un calcare cristallino (sparite).
Le cave si trovano presso la città antica di Simitthus,
oggi villaggio di
Chemtou, in
Tunisia.
|
 | con tonalità nera intensa e grana
finissima. Le cave si trovavano nella località di Ain el
Ksir, non lontane da quelle del marmo giallo antico.
Esistono anche altre varianti di "marmo nero antico" di
altre provenienze". |
 | Alabastro a pecorella.
Si tratta di un alabastro
travertinoso, con
limotite ed ematite, e si presenta in due principali
varianti: quella più comune con strati variamente ondulati
di colore rosso cupo o giallo ocra, alternati a strati
rosati (che a seconda del taglio si presenta a fasce o a
macchie zonate e irregolari). Una seconda variante detta
"alabastro a pecorella minuto" di colore rosso chiaro
puntiforme su fondo biancastro che possono dare a seconda
del taglio l'impressione di un vello di pecora. Le cave si
trovano nella località di Ain Tekbalet, presso la città di
Orano, in
Algeria. |
Marmi dell'Asia Minore
 | Granito violetto
o "granito troadense" (marmor troadense). Si tratta
di una
quarzo-monzonite,
con porfiroblasti (cristalli) di
feldspato
potassico e presenta un colore grigio chiaro, con
cristalli bianchi o viola chiaro e piccole inclusioni nere;
esiste anche una varietà con grana più fine e cristalli meno
evidenti. Le cave si trovano sui fianchi del Cigri Dag,
presso l'antica città di
Neandria. |
 | Granito grigio misio.
Si tratta di una grano-diorite
anfibolica, con cristalli di
orneblenda nera, e si presenta di colore grigio, con
grana fine e uniforme. Le cave sono presso la città antica
di Perperene, non lontana da
Pergamo. |
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Il marmo
cipollino è una varietà di
marmo utilizzata dai
Romani. Il nome moderno corrisponde in
latino al "marmor carystium (ossia
"marmo di
Karystos).
Veniva estratto in numerose
cave situate sulla costa sud-occidentale
dell'isola di
Eubea, in
Grecia, tra le attuali città di
Styra e
Karystos. Alcune di queste cave antiche
conservano fronti di estrazione lunghi oltre 100
m.
Si tratta di un
marmo con fondo
bianco-verdastro, percorso da fitte
nervature ondulate di colore verde, tendente al
bluastro e percorso da spessi strati di
mica. Il colore del fondo e delle venature
tende a scurirsi a seconda della collocazione
geografica della cava di origine da sud verso
nord.
Dal punto di vista
petrografico è una
roccia metamorfica,
marmo cristallino saccaroide (cristalli tra
i 0,2 e i 0,6 mm), con venature colorate dall'epidoto
e dalla
clorite.
Utilizzato già dei
Greci, fu importato a
Roma a partire dal
I secolo a.C..
Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis
Historia, racconta che
colonne di questo
marmo ornavano a
Roma la casa del cavaliere
Claudio Mamurra, che era stato ingegnere di
Cesare in
Gallia. Le
cave divennero quindi di proprietà imperiale
e il marmo
cipollino si diffuse in tutte le città
dell'impero. L'estrazione e l'utilizzo
continuarono ampiamente ancora nel
V secolo, in età
bizantina.
Fu impiegato soprattutto per
fusti di colonna,
anche di grandi dimensioni e prevalentemente
lisci (un esempio sono le colonne del pronao del
tempio di Antonino e Faustina nel
Foro Romano a
Roma). Si conoscono anche sculture, come la
figura del
coccodrillo, che decorava lo specchio
d'acqua del "Canopo" di
Villa Adriana a
Tivoli e venne realizzata in questo
materiale per imitare il naturale colore delle
scaglie dell'animale.
Cave di
varietà di marmi
di apparenza simile esistono anche nella
penisola iberica (cave di Anasol),
sulle
Alpi Apuane, nella
Grecia nord-orientale e in
Serbia

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